Il percorso artistico

” Cerco di esprimermi indagando e sfruttando direttamente le possibilità del mezzo pittorico, anziché fare assegnamento precipuo sulla rappresentazione e le sue associazioni. Investo la tela in modo diretto come se mi gettassi in un’avventura dall’esito incerto. Oltre ai problemi cromatici e di composizione o di significato, mi piace agire su una materia inerte e passiva che l’immediatezza della necessità espressiva, come irresistibile emanazione di forze elementari, rende convulsa. Cerco nuove possibilità di determinazione di superfici, che lacero con profondi solchi, che corrodo con elementi cromatici per dar luogo ad uno spazio privilegiato, in cui l’immagine, come espressione dell’essere, si espanda e si riveli nelle impenetrabili profondità della sua coscienza”.

In questa breve dichiarazione poetica, Piero Raspi delinea, negli anni del suo periodo Informale, il proprio personale percorso pittorico:  un percorso che si snoda attraverso la sperimentazione di linguaggi differenti (tele, carte e collages), tramite cui ha indagato il reale nella sua eccezione più materica.

L’arte, come la scienza, procede per via evolutiva.  Ogni generazione riprende, innovando e riadattando, le idee di quella precedente. I riferimenti culturali, quindi, rappresentano parte del patrimonio creativo di ogni artista: la stessa pittura di Picasso non sarebbe quella che conosciamo senza il manierismo di El Greco.

Ecco, quindi, che le coordinate artistiche possono essere individuate principalmente nella pittura di Burri o Tapies, ma con una personalissima evoluzione della stessa e senza alcun riferimento formale.

“Pesano sull’artista le esperienze contemporanee, ma non ne annebbiano la schiettezza. I nomi di artisti come lo spagnolo Tapies, l’americano Kline e l’italiano Burri sono riferimenti della sua pittura la quale è tuttavia riuscita a riemergere in modo nuovo e sottile, con una sua interna e non vana misura”. (Francesco Arcangeli)

Muovendo inizialmente da una pittura post-cubista, ha progressivamente affinato i contorni della sua arte approdando all’istanza Informale: via via, dunque, si è distaccato dal dato oggettivo per volgere lo sguardo verso nuovi territori di ricerca dove, dall’immedesimarsi con la materia, potessero scaturire rinnovate visioni estetiche.

“…Raspi cerca nell’elaborazione della materia suggestioni tra lo psicologico e il naturalistico, anche se in modi palesemente distanti l’uno dall’altro. Pone sullo scriminale della luce e dell’ombra, come a colpi di pettine, le sue spatolate; fila e annoda, con risentita eleganza, spessori essiccati di materia, rastremandoli sottilmente, quasi in un recupero psicologico di prospettiva e sovrapponendo a spazi naturali, l’incombenza di sofferte ed inermi minacce. La tavolozza si orienta decisamente su timbri bassi e monocromi, ma l’elaborazione di questi timbri resta sempre, in profondo, squisitamente e attentamente pittorica”. (Maurizio Calvesi)

Questo assunto indica la linea di continuità, il leitmotiv della sua ricerca, che giunge fino alle opere più recenti: la materia è stata ed è la protagonista indiscussa, snodata nelle sue molteplici e infinite possibilità, dapprima trattata per lenti e mediati strati sovrapposti, per poi essere evocata, più leggera, negli spazi, nelle luci e nei colori vibranti degli ultimi monocromi.

…Post-Cubismo, Astratto-Concreto, Informale e perfino il recupero di una intenzione di più distesa ma non naturalistica narrazione, sono stati momenti importanti nella vicenda culturale di Raspi, che li ha sempre accettati, per quel che poteva ricavarne, attraverso un’oculata operazione critica, senza sacrificare ad essi nulla della sua chiara concezione della pittura. Proprio questa capacità critica ha permesso a Raspi di operare un rinnovamento della struttura dei suoi dipinti, per mezzo di una semplificazione dei movimenti pittorici e dell’organizzazione compositiva, senza rinunciare a quell’intensità e qualità cromatiche delle stesure materiche sulle quali si fonda tutta la sua esperienza. ” (Filiberto Menna)

Nell’alternarsi di tecniche e materiali, quindi, non vengono mai meno quelle costanti che denotano la sua opera: materia e geometria, stratificazione e accordo tonale, tensione ermetica e lirismo, sono tutti elementi che concorrono a creare il punto di incontro tra la realtà e l’esistenza stessa di Raspi.

Con alcuni collaboratori e Sandro Tulli (sulla destra) durante la realizzazione della scultura parietale in acciaio presso l’Albornoz Palace. Spoleto, 2001

L’Esperienza Informale

Nella sua lunga avventura artistica, caratterizzata da varie fasi espressive, l’Informale rappresenta sicuramente la principale cifra creativa.

” Tutto l’Informale fu un esercizio “paradossale”, carico di eleganza e raffinatezza, anche nei migliori, pur quando simulavano il contrario: un esercizio possibile solo in Occidente che poteva permettersi di giocare con le “cose ultime”, fossero pur le cose ultime dell’arte. L’Informale liberava la pittura e la riportava ai suoi elementi primari, ma ogni artista, anche il più selvaggio, si trovava costretto, dopo averla liberata, a ridomarla nuovamente. Il nodo dell’Informale non è quindi il grado di liberazione dalla materia o dal colore, ma la loro riorganizzazione. Anche il termine Informale è in sé un controsenso giacchè anche il gesto pittorico più casuale, costituisce una forma. La forza di tale corrente, quindi, non è l’abbandono della forma, ma la forza e l’intensità con cui si sa inventare nuove forme ed inedite rappresentazioni partendo dall’assoluto illusorio della materia libera, del colore puro, del gesto spontaneo. Questa illusione, tuttavia, è proprio la forza dell’Informale, è ciò che la rende intensa ed attuale in un mondo appena uscito dal terrore meccanico e poi atomico della seconda guerra mondiale”. (Enrico Mascelloni)

Dall’impianto post-cubista delle prime tele, alla rappresentazione della realtà d’eco cezanniana, tuttavia affidata ad una crescita della materia che preparava a nuove forme di linguaggio, alla fine degli anni Cinquanta approda all’Informale, abbandonando così l’ultima patina di classicismo nel rapporto tra il soggetto e il quadro ed eliminando nei propri mezzi espressivi,  pur in un continuum materico, echi post-impressionisti e cubisti.

La sua pittura, sostenuta e segnalata dal critico Francesco Arcangeli, ora è ridotta a termini elementari di una materia distesa, plastica apposta non su una tela ma su un “muro” dove densità, opacità, porosità, liquescenza e trasparenza rendono il “muro” vivo ed evocativo di uno stato d’animo.

“…credo che la chiave di comprensione dell’Informale di Raspi sia la volontà di eliminare tutti gli elementi complementari, superflui, in modo da realizzare una specie di spartito musicale puro, con pochissime note ma con una vera scrittura, una voce, una tessitura fondamentale, elementare, determinante. Per esprimere questo canto puro, senza l’illusione di certe costruzioni culturali o di certi sistemi mentali, bisogna essere capaci, come lo è Raspi, di freschezza e disponibilità; essere aperti all’impulso della grande natura la sola capace di offrirci una sorta di igiene mentale”. (Pierre Restany)

A partire dalla metà degli anni Sessanta, in coincidenza con il suo soggiorno negli Stati Uniti, dove entra in contatto con le nuove influenze della Pop Art, si apre una nuova fase artistica preambolo dei grandi monocromi degli anni Ottanta. Ora nei suoi lavori, si imprigiona un’intensa luminosità dovuta al sovrapporsi dei colori che crea un “luogo” pittorico in cui la sua poetica ermetica riesce, ancora una volta, a chiudersi in lirici silenzi.

“…dopo l’esperienza Informale, compiuta per vie inconsuete e senza alcuna concessione alla moda, Raspi sapendo di aver toccato un limite, non si è dedicato a recuperi inutili; poichè nulla poteva esserci al di là dell’esperienza compiuta che non avesse in essa i suoi motivi. Ha, invece, intrapreso un’analisi metodologica precisa del processo della propria pittura. E’ arrivato alla conclusione che la materia dell’Informale non fosse affatto un termine oltre il quale nessuna ipotesi fosse più possibile”. (Giulio Carlo Argan)

Nel suo studio a Via del Vantaggio. Roma, 2003